Il Fight Camp 2026 è terminato: ‘and now walk it by yourself’!

Il Fight Camp 2026 è terminato: ‘and now walk it by yourself’!

L’immagine rappresenta i bambini, i tutor, i supervisor, gli istruttori e i fondatori del Fight Camp – edizione 2026, ed è stata scattata dal fotografo Alessio Perboni

ALT TEXT: l’immagine rappresenta i bambini, i tutor, i supervisor, gli istruttori e i fondatori del Fight Camp – edizione 2026, ed è stata scattata dal fotografo Alessio Perboni

Riprendiamo le parole della colonna sonora del Fight Camp 2026, la canzone ‘Cupid Shuffle’ di Cupid che fa proprio così:

‘They say I'm a rapper, and I say no
They say "what you doing?" Try'n to do somebody cold! (Hey)
I just let the music come from my soul
So all of my people can stay on the floor (Ooh ooh)
They got a brand new dance (Come on)
You gotta move your muscle
Brand new dance, it's called the Cupid Shuffle
It don't matter if you're young or you're old (Here we go)
We gone show you how it go (Hey hey)
To the right, to the right, to the right, to the right
To the left, to the left, to the left, to the left
Now kick, now kick, now kick, now kick
Now walk it by yourself, now walk it by yourself
(Let me see you do)’


Quale miglior invito a camminare da soli, dopo una settimana di allenamento insieme!

Noi siamo Francesca, Mario e Roberto, co-fondatori della FightTheStroke Foundation, un ente del terzo settore, e dal 2014 lavoriamo dalla parte dei giovani sopravvissuti all’ictus e delle persone con paralisi cerebrale, insieme alle loro famiglie. Promuoviamo conoscenza e ricerca scientifica, tecnologie abilitanti, ‘inclusive design’ e sport adattato, con un obiettivo molto concreto: costruire soluzioni che possano avere un impatto reale sulla vita quotidiana.

Il Fight Camp è una delle esperienze attraverso cui proviamo a farlo: immaginiamo un mondo completamente nuovo di persone che imparano o re-imparano le abilità motorie insieme, praticando sport adattati durante periodi di trattamento personalizzati, orientati agli obiettivi e intensivi. Crediamo in un miglioramento globale del benessere guidato da una transizione dalla riabilitazione motoria alla pratica di più sport con i pari. 

Ma non lo facciamo da soli: lo facciamo con un ‘core team’ di esperti di questa condizione, come Alessandra, Andrea, Elisabeth e Pietro. E poi con un team di 20 tutor volontari, uno per ogni bambino: giovani e meno giovani, dai background professionali più disparati, che decidono di dedicare una settimana d’agosto a questa nostra stessa missione. Perché siamo d’accordo, si, che per insegnare ad allacciare le scarpe ad un bambino non ci vuole per forza un terapista e non bisogna essere dentro un ospedale? Servono strategie, mentalità orientate alla crescita, energie e persone che si affiancano ai bambini e fanno loro vedere le abilità come qualcosa che può evolvere, non come un dato immutabile.

Affinchè arrivino a dire non più “non so farlo”, ma “non so ancora farlo”.

Il Fight Camp è una settimana intensiva in cui 20 bambini tra i 6 e i 13 anni lavorano su obiettivi individuali scelti da loro insieme alle famiglie, affiancati da tutor, e sperimentano sport adattato, attività di apprendimento motorio, laboratori e momenti di socialità. E quest’anno l’undicesima edizione si è tenuta a Milano, dal 3 al 9 Agosto 2026.

Il Fight Camp nasce per potenziare le abilità motorie di bambini e bambine con una condizione di disabilità di Paralisi Cerebrale, causata da un danno precoce a una parte del cervello. Ma cosa significa, concretamente, “potenziare le abilità motorie”?

Al Fight Camp non partiamo da un esercizio uguale per tutti: partiamo da un obiettivo, definito insieme alle famiglie e ai bambini, misuriamo il livello di partenza, poi ci alleniamo insieme e rimisuriamo alla fine lo stesso obiettivo.

Tutto è normato da procedure basate su evidenze scientifiche, da consensi informati chiari ed espliciti, da liberatorie e accordi scritti insieme al team legale di DLA Piper, tenendo sempre a mente il nostro codice etico e la Child Protection Policy. E tutto si pratica solo attraverso l’osservazione e l’imitazione, non c’è mai un contatto fisico o una relazione terapeutica tra l’adulto che insegna e il bambino che apprende.

Può esserci un bambino che vuole migliorare l’uso di entrambe le mani, un altro l’equilibrio, un altro ancora un gesto funzionale della vita quotidiana, come togliersi il tutore da solo nello spogliatoio, aprire un pacchetto di snack Grana Padano o non metterci due ore per svitare il tubetto del dentifricio al mattino. Lecito, no?

Per ogni bambino vengono così definiti 3 obiettivi personalizzati: durante 7 giorni e 60 ore di allenamento, grazie alla presenza costante dei tutor, il lavoro viene ripetuto, adattato e reso progressivamente più complesso, attraverso la pratica sportiva o le attività ricreative, ma sempre orientate allo stesso obiettivo.

E poi c’è una parte fondamentale del nostro modo di operare: misurare e raccogliere i dati, le informazioni quantitative ma anche quelle qualitative, leggere i segnali deboli, osservare i comportamenti nell’arco di una giornata insieme, tra amici, e non nei 40’ scarsi di terapia ambulatoriale una volta alla settimana.

Al Fight Camp utilizziamo strumenti e scale validate per valutare capacità motorie, abilità funzionali e raggiungimento degli obiettivi, tra cui ABILHAND-Kids, ABILOCO-Kids, COPM, Timed Up and Go (TUG), Sprint Test e Goal Attainment Scaling (GAS): un modello che abbiamo affinato nel tempo e che ora viene seguito anche in altri centri. Raccogliamo gli stessi dati e documentiamo le attività del Fight Camp dal 2018 e lo facciamo perché ci interessa dimostrarne l’impatto nella vita delle persone, oltre questa settimana. Invece di misurare soltanto l’outcome motorio, una mano che si apre di più o di meno, noi vogliamo misurare anche cosa il bambino può fare ed essere in più dopo l'intervento: migliorerà la sua salute generale, andrà meglio a scuola, si sentirà parte di un gruppo, avrà più autostima, si sarà appassionato di una nuova disciplina sportiva?

Al Fight Camp lo sport non è un’attività aggiunta al programma: è uno dei contesti attraverso cui lavoriamo sulle abilità motorie, e quest’anno abbiamo scelto tre discipline sportive su cui allenarsi ogni giorno della settimana: l’Ultimate, la Boxe, l’Hip Hop.

L’ultimate (anche noto come Frisbee o Flying Disc) richiede di correre, orientarsi nello spazio, anticipare, afferrare e lanciare, coordinare il movimento con quello degli altri e prendere decisioni in tempi rapidi. E soprattutto è uno sport di squadra.

Durante il Fight Camp i bambini hanno potuto sperimentare l’Ultimate in forma adattata, con attività e difficoltà calibrate sui diversi gruppi.

Alla fine della settimana il gruppo dei piccoli (6-10 anni) ha raggiunto questi obiettivi:

  • 5 step del rovescio

  • Presa a panino

  • 4 step del dritto

  • Inizio del lavoro sul lancio preciso

  • Inizio del lancio nello spazio

Con il gruppo dei grandi (11-13 anni) siamo invece arrivati a questi obiettivi:

  • 5 step del rovescio

  • Presa a panino

  • Inizio del lancio nello spazio 4 step del dritto

  • Imparare il concetto di “fare meta”

  • Imparare il concetto di “partitella”

  • Inizio del lavoro sulla difesa

  • Partita 4v4 (di cui 2 tutor) 

Come spesso succede, al Fight Camp funziona meglio chi arriva senza pregiudizi, senza aspettative su cosa un bambino con Paralisi Cerebrale debba sapere o non sapere fare: e così aver scelto Giacomo Guzzi come istruttore di Ultimate ci ha dato un gran vantaggio competitivo quest’anno. Classe 2008, fa parte della Nazionale italiana Open U20, e ha portato con sé tutti i valori di questo sport: uno sport di squadra senza contatto, ma estremamente fisico e competitivo; responsabilità e leadership, come compete a chi riveste il ruolo di Defence Captain; passaggio emblematico dal settore giovanile alla nazionale, dove ha imparato a competere a livello internazionale fin dai 16–18 anni; il concetto di ‘Spirit of the Game’, che nell'Ultimate è molto particolare: non c'è arbitro e sono gli stessi giocatori a gestire le regole e le infrazioni; un rapporto sano tra prestazione individuale e squadra; e infine come si diventa forti in uno sport relativamente poco conosciuto. 

Insomma, se proprio dobbiamo trovarglielo un difetto a questo Fight Camp, allora nominiamo il caldo, per cui l’ultimate ha patito di più, negli allenamenti mattutini in campo aperto: diciamoglielo a chi afferma che il cambiamento climatico non esiste, facciamogli indossare un tutore con una banda di titanio rovente a ferragosto e poi correre su un campo di erba sintetica.

Nelle stesse parole di Giacomo: ‘I ragazzi mi sono sembrati estremamente intraprendenti, interessati e divertiti da questo nuovo sport, tanto che alcuni sono arrivati anche a chiedermi dove avrebbero potuto continuare a giocare a settembre! Anche durante le lezioni devo dire che, nonostante l’evidente fatica iniziale, i tantissimi errori e il caldo, li ho sempre visti molto curiosi e contenti. In questo penso abbiano avuto un ruolo importante i tutor che, anche loro nuovi a questo sport e spiazzati dalla mia richiesta di partecipare insieme ai bambini, si sono messi in gioco senza tirarsi indietro e hanno imparato da zero insieme al loro ragazzo; secondo me l’idea di condividere questo piccolo percorso insieme al proprio tutor ha aiutato i ragazzi a non rimanere intimoriti e desistere dalla richiesta elevata. Tecnicamente molti ragazzi hanno sviluppato l’utilizzo di entrambe le mani soprattutto nella ricezione del disco e nella preparazione del lancio. Molti esercizi li ho pensati in modo di permettere di dargli uno stimolo anche agli arti inferiori, facendoli lavorare su piccoli salti, corse curve, cambi di direzione e l’utilizzo delle gambe durante il lancio.’

Perciò grazie Giacomo, per la professionalità e per essere diventato subito parte integrante del nostro team!

La boxe al Fight Camp non è stata solo tirare pugni: è uno sport individuale, ma l'allenamento è profondamente relazionale e noi l’abbiamo scelta anche per questa caratteristica. L'atleta deve imparare a conoscere il proprio corpo, anticipare l'avversario, gestire la paura e adattare continuamente il proprio movimento. Un gesto può essere ripetuto molte volte. Ma può anche essere inserito in una sequenza, associato a un ritmo, trasformato in una sfida o condiviso con un compagno.

Oltre ai risultati fisici, abbiamo scelto la boxe anche per i benefici psicologici: per il suo ruolo nell’aiutare a gestire la rabbia e canalizzare l’energia; per migliorare l’autostima e la sicurezza personale; per allenare la concentrazione e la disciplina.

Insomma, rientrava proprio nello spirito del Fight Camp: cambiare il contesto, mantenendo il focus sull’abilità che vogliamo allenare; e fornire tutte le strategie possibili per cavarsela nel mondo là fuori.

Al Fight Camp i bambini hanno lavorato su coordinazione, ritmo, equilibrio, controllo del movimento e soprattutto sull’utilizzo degli arti superiori. Le attività sono state adattate alle caratteristiche dei diversi gruppi e integrate con il lavoro individuale sugli obiettivi: il merito di tutto va all’istruttore Francesco Seveso, incontrato grazie all’Assessorato Sport, Turismo e Politiche Giovanili del Comune di Milano. Di formazione psicologo e tecnico di pugilistica, ha arricchito le proprie lezioni anche con aneddoti e un’immersione nella vita vera di questa disciplina sportiva, da Rocky al perché è importante proteggersi collo e fegato.

Nelle parole di Francesco: ‘Il programma della settimana ha seguito una progressione tecnica: siamo partiti dal jab, per poi introdurre gli altri colpi, il footwork, la difesa, il contrattacco e il lavoro a coppie. Nell’ultima giornata abbiamo ripassato quanto appreso durante la settimana e svolto un lavoro individuale ai colpitori insieme a me. Rispetto al programma iniziale ho scelto di semplificare diverse attività, cercando di renderle accessibili e gratificanti senza perdere il senso tecnico della boxe. Tutti hanno mostrato qualche miglioramento, naturalmente con tempi e modalità differenti. La boxe richiede un controllo simultaneo dei quattro arti e una notevole capacità di coordinare attacco, difesa, postura e spostamenti. Un errore tipico di chiunque inizi è concentrarsi esclusivamente su un arto, tralasciando gli altri: chi comincia a tirare di boxe tende, per esempio, a dimenticare la mano che difende per concentrarsi su quella che attacca. Anche per questo, riuscire a eseguire correttamente un esercizio rappresentava per i bambini un risultato tutt’altro che banale. Ammetto di aver provato una grande gioia nel vedere la soddisfazione dei bambini quando riuscivano a completare correttamente un esercizio: permettere loro di provare l’orgoglio di sentirsi pugili, anche solo per un’ora, è qualcosa che mi riempie di contentezza. Spero che questa esperienza li abbia aiutati a percepirsi forti, capaci e “fighi” (non riesco a trovare una parola migliore).’

Perciò grazie Francesco, non vediamo l’ora di venirti a trovare alla Milano Boxing House!

E poi c’è stato l’hip hop: ma cosa c’entra con la riabilitazione? Più di quanto possa sembrare. Seguire un ritmo, osservare e imitare un movimento, ricordare una sequenza, coordinare diverse parti del corpo, cambiare direzione e muoversi insieme agli altri: una lezione di danza può diventare un contesto molto ricco per l’apprendimento motorio.

Al Fight Camp l’Hip Hop è stata una delle tre discipline del calendario sportivo 2026: e non potevamo scegliere un partner migliore di Mario Bubakare Charty, ballerino e docente di hip hop della scena milanese, con una forma di hip hop molto legata alla performance di strada e alla stand-up dance. Ci è piaciuto per il modo in cui ha affrontato il progetto a tutto tondo, e per la sua storia molto legata al concetto di street dance come linguaggio accessibile, identità, comunità e autodeterminazione.

Nelle sue lezioni la musica cambiava il ritmo, il gruppo cambiava la motivazione, la sequenza cambiava la difficoltà. E il movimento diventava qualcosa da imparare, ripetere e condividere.

Memorabile la lezione in cui è stato Mario a replicare i movimenti dei bambini: ode ai neuroni specchio!

Nelle parole di Mario: ‘L’obiettivo principale delle lezioni di Hip Hop non è stato solo l’apprendimento di passi codificati, ma la scoperta di nuovi metodi per utilizzare il proprio corpo. La sfida è stata quella di trovare soluzioni creative e motorie adattate alla propria condizione, trasformando il limite in una possibilità espressiva unica. La cultura Hip Hop è stata utilizzata come strumento per stimolare la resilienza e l’adattamento fisico; promuovere la consapevolezza corporea e delle proprie potenzialità residue; offrire uno spazio di espressione autentica dove ogni bambino potesse sentirsi “visto e sentito”. Nonostante il breve arco temporale di una sola settimana, la crescita dei partecipanti è stata costante e sorprendentemente rapida. Nelle prime fasi abbiamo esplorato il ritmo e la coordinazione di base, con particolare attenzione alle capacità individuali. Poi abbiamo creato movimenti personalizzati (“solutions”) per rendere la coreografia accessibile e gratificante per ciascun bambino: così facendo abbiamo rafforzato anche l’autostima, attraverso il superamento quotidiano di piccole sfide motorie. Il percorso si è concluso con un’esibizione finale che ha coinvolto genitori, tutor e tutti i responsabili del Fight Camp. La performance è stata un vero e proprio successo educativo, dimostrando come la danza possa abbattere barriere che sembrano insormontabili. La partecipazione attiva e l’entusiasmo mostrato hanno confermato che l’Hip Hop possiede un valore sociale inestimabile, capace di dare una voce e una possibilità a chiunque e che riafferma il potere della danza come strumento di riscatto e inclusione.’

E perciò grazie Mario, per la tua empatia e generosità, per aver dato un senso al nostro ‘freestyle’: torneremo a guardarti di nuovo nelle crew dei concerti, in strada o proveremo a riconoscerti durante le partite di una importante squadra di basket milanese!

Ma al Fight Camp non si allenano solo i muscoli. Si raccolgono anche dati, non fine a stessi e non a solo beneficio della comunità scientifica, ma utili a meglio comprendere cosa funziona e cosa no per i bambini con Paralisi Cerebrale, e per le loro famiglie: e quale occasione migliore di portare avanti dei progetti pilota in un laboratorio a cielo aperto, con un gruppo di bambini dalle caratteristiche simili? E se non lo facciamo noi, anche in collaborazione con le aziende private, come possiamo aspettarci di trovare sul mercato dei prodotti o dei servizi che meglio rispondono alle nostre esigenze?

Durante quest’edizione abbiamo portato avanti diversi progetti e attività di ricerca e sperimentazione:

·      Sonno

Monitoraggio e approfondimento delle abitudini e della qualità del sonno, in collaborazione con Sleepacta.

·      Closer Care for Children

Nell’ambito di questo progetto internazionale, guidato dall’Istituto Scientifico IRCCS Medea di Bosisio Parini, abbiamo organizzato dei focus group con i genitori e con i junior tutor, per immaginare il futuro della riabilitazione, e abbiamo poi sperimentato le ‘scarpe intelligenti’ Magnes in un laboratorio con tutti i bambini, con l’obiettivo di migliorarne design, usabilità ed efficacia riabilitativa.

·      Nutrizione

Quest’anno abbiamo prestato particolare attenzione alla nutrizione e all’idratazione durante una settimana di attività intensiva, con snack salutari e con l’assaggio in anteprima della pouch NHS Compleat – Oral Blends.

·      Psicologia

Abbiamo cercato di osservare gli aspetti legati a benessere, autoefficacia e partecipazione, con la somministrazione della scala dell’autostima di Rosenberg.

·      Mirror Buddy

Un progetto sviluppato da noi, a partire da un utilizzo saggio dell’Intelligenza Artificiale in ambito educativo: praticamente la tecnologia che entra a far parte del percorso di apprendimento e di allenamento. La ‘macchina per i compiti’ Mirror Buddy verrà presto testata su un campione più ampio di bambini.

·      Co-design e moda inclusiva

Una prima attività di progettazione insieme ai ragazzi, per lavorare sull’abbigliamento inclusivo e su prodotti e soluzioni a partire dall’esperienza diretta di chi li utilizza: siamo partiti dall’indossare la giacca Rainforest Anorah di Napapijri, con il caratteristico ‘design pullover’ che la rende particolarmente adatta a chi ha scarsa mobilità degli arti. Abbiamo chiesto ai bambini come la migliorerebbero e poi gliel’abbiamo donata. E pantaloni tecnici in omaggio anche per i tutor, che si sono prestati con noi a quest’esperimento!

Il Fight Camp è anche questo: un luogo dove esperienza, ricerca e progettazione possono incontrarsi: perché i dati raccolti durante una settimana possono diventare informazioni utili per co-progettare meglio l’edizione successiva, fino a costruire un mondo a nostra misura.

Un progetto innovativo che si è avvalso dei risultati della tesi di laurea 2025 di Chiara Carminati è stato anche quello dei Junior Tutor. Siamo partiti da questa domanda: ‘E se al Fight Camp non ci fossero solo bambini da allenare, ma anche ragazzi più grandi da coinvolgere in un ruolo attivo?’

Quest’anno abbiamo avuto un nuovo gruppo di Junior Tutor: li abbiamo selezionati e formati nel corso dell’anno, quattro ragazzi >13aa che hanno partecipato in passato alle attività sportive, ai laboratori e alla vita del Fight Camp, come beneficiari, e che stavolta si sono messi alla prova nell’affiancamento ai Tutor più esperti, assumendo progressivamente un ruolo attivo all’interno del progetto.

Per noi è importante questo progetto perché la partecipazione non dovrebbe avere una sola direzione: #Fightthestroke non nasce solo per fornire supporto, noi crediamo nell’autodeterminazione delle persone con una disabilità di Paralisi Cerebrale e nelle loro capacità di contribuire, osservare, imparare, aiutare, proporre e assumere responsabilità crescenti. Fino a sostituirci: sarà allora che la nostra missione sarà completata!

Il progetto Junior Tutor nasce proprio da quest’idea: creare occasioni concrete di partecipazione e apprendimento tra pari, e quest’anno lo abbiamo fatto con Enea, Mario, Mattia e Subhan, supervisionati da Pietro Gatti.

E anche in questo caso, il Fight Camp è diventato un laboratorio di sperimentazione, con obiettivi molteplici: per i bambini è stata occasione per migliorare l'apprendimento motorio e sportivo attraverso modelli più vicini all'esperienza personale; per i Junior Tutor, un’opportunità per trasformare la propria esperienza e il proprio vissuto in una risorsa collettiva, sviluppando leadership, comunicazione, responsabilità, autoefficacia e lavoro di squadra; per la Fondazione Fightthestroke, la possibilità di creare continuità, appartenenza e un modello replicabile.

Al termine del Fight Camp, i dati raccolti mediante COPM, GAS, GSES e gli strumenti qualitativi (videodiari, griglie osservative, feedback di bambini e genitori e colloqui finali) saranno integrati in un quadro complessivo dell'esperienza. L'analisi consentirà di valutare il raggiungimento degli obiettivi individualizzati, i cambiamenti nella performance occupazionale percepita, nell'autoefficacia, nelle competenze di leadership e nelle competenze relazionali e organizzative osservate durante il programma.

A vista d’occhio a noi è sembrato un gran successo, ma saranno poi i dati a permetterci di mantenere la barra dritta dal punto di vista scientifico e decidere se e come proseguire con questa sperimentazione: i primi risultati verranno presentati in occasione del prossimo congresso ITA-CD che si svolgerà a Novembre a Pisa.

Ma visto che le mani servono anche fuori dalla palestra, che viviamo tutti in una società disegnata per svolgere azioni principalmente bimanuali (come aprire un flacone di crema o una bottiglia d’acqua, mettere i calzini o allacciare le scarpe) e che una condizione di disabilità complessa come la Paralisi Cerebrale può influenzare anche il modo in cui fai mastichiamo il chewing gum o ci orientiamo nello spazio: allora al Fight Camp abbiamo portato l’apprendimento motorio dentro attività molto diverse tra loro, divertenti e utili nella vita quotidiana, i laboratori di gruppo. Dall’ ‘Apple Bobbing’ con le mele Melinda; al Circuito Big Babol; al laboratorio per aprire le bustine di Snack al formaggio Grana Padano (e mangiarsele); alla cura del corpo con i prodotti Beiersdorf; a scoprire il proprio kit di abiti OVS in una caccia al tesoro dentro PlayMore! e poi indossarli in una pazza sfilata di moda; al laboratorio ‘Pimp Your Shoes’, per imparare a cambiare i lacci delle scarpe Elisabet; fino ai Giochi d’acqua con i costumi Arena, per prendere sempre più confidenza con l’acqua. Attività apparentemente molto diverse tra loro ma con una cosa in comune: sono attività significative e svolte in un ambiente protetto e tra pari.

Mangiare, vestirsi, allacciarsi le scarpe, prendersi cura di sé, usare le mani per manipolare oggetti, giocare con l’acqua: al Fight Camp proviamo a lavorare sulle abilità motorie attraverso contesti che abbiano un significato anche fuori dal Camp, perché l’obiettivo non è diventare bravi a fare esercizi ma usare ciò che si impara in attività che fanno parte della vita.

Quest’anno al Fight Camp è arrivato a trovarci anche Simone Barlaam: atleta paralimpico, campione plurimedagliato e, per un pomeriggio, parte della nostra squadra.

Ecco cosa è successo quando un gruppo di bambini con una disabilità principalmente motoria ha potuto incontrare una persona che gli somiglia un po' ma che vive lo sport paralimpico ad alto livello: domande, curiosità, confronti, racconti di squali e della mitica staffetta delle Paralimpiadi di Parigi. Un incontro presentato dai 4 Junior Tutor, per far conoscere a tutti la sua storia e i suoi successi, e un’intervista condotta dalla giornalista sportiva Francesca Benvenuti.

Gli incontri con gli atleti fanno parte del programma del Fight Camp perché lo sport adattato non è soltanto una disciplina da praticare: è anche una comunità, un ambiente che merita di essere conosciuto meglio, una possibilità di partecipazione e anche una professione.

Grazie Simone per essere stato con noi. E sempre forza Polha! 

Il Fight Camp #11 è terminato: dal 3 al 9 agosto 2026 abbiamo condiviso a Milano una settimana di sport, apprendimento motorio, ricerca, laboratori e vita insieme.

20 bambini con Paralisi Cerebrale.

4 Junior Tutor.

24 famiglie.

Oltre 50 persone tra tutor, supervisori, istruttori, ricercatori, ospiti, partner.

7 giorni di Fight Camp e più di 60 ore di allenamento.

15 ore di podcast da sbobinare, millemila record da scorare, 4500 foto da comprimere in post da 20 scatti, 30 bozzetti di live sketching.

Grazie a chi c’era e grazie a chi ha reso possibile tutto questo.

Ci vediamo al prossimo Fight Camp!

Il Fight Camp 2026, e il retreat formativo che lo ha anticipato, appartengono al progetto ‘Sport è Inclusione’, realizzato grazie al contributo concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a valere sul Fondo per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell’art. 72 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117 e s.m.i.,- Avviso 2/2024. 

Se il Fight Camp continua ad essere gratuito per le famiglie, dobbiamo ringraziare quanti di voi ci sostengono destinando alla Fondazione Fightthestroke il proprio 5x1000. Per quest’edizione 2026 dobbiamo ringraziare in particolar modo anche i partner che, in ordine sparso e a vario titolo, ci hanno donato risorse, materiali, prodotti, spazi: grazie al patrocinio dello Sport for Inclusion Network; grazie a Dompè, Fondazione Mazzola, Fondazione Milan, Nexi; grazie al B-team di Arena; grazie a Nestlè con Nestlè Health Science, Solgar e Levissima; grazie a Perfetti con Big Babol, Chupa Chups e Fruittella; grazie a Beiersdorf con Eucerin, Nivea, Labello, Hansaplast; grazie a Mattel con Barbie, Hot Wheels, Uno; grazie al Consorzio Grana Padano, Melinda, Fiorentini, Legami, Artonauti, Tobii Dynavox, Amundi, Ottobock, OVS, Elisabet con Tommy Hilfiger, VF Corporation con Napapijri. Grazie a tutte le persone e alle aziende generose che abbiamo incontrato in un anno di progettazione del Fight Camp 2026!

Il Live Sketching del Fight Camp 2026 è stato realizzato da Gemma D'Alessandro, grande amica e collaboratrice della Fondazione Fightthestroke fin dagli inizi: il disegno a mano libera e il live sketching sono sempre state una sua passione, ha sviluppato un suo stile anche grazie alla sperimentazione con tecniche tradizionali di pittura, che ha studiato da artisti contemporanei. E noi le siamo grate per questo ricordo offerto in dono ai bambini e alle famiglie Fightthestroke.

Milano, 24 Agosto 2026